IL BLOG DI ROBERTO DI NAPOLI

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Archive for the ‘giustizia giusta’ Category

Dal sito ilmessaggero.it: Le riforme mancate/Quale giustizia troverebbe oggi Sciascia

Posted by Roberto Di Napoli su 4 agosto 2019

Condivido di seguito il link all’editoriale di Carlo Nordio pubblicato sul sito ilmessaggero.it .

La città di Racalmuto onora oggi Leonardo Sciascia nel trentennale della morte, con un dibattito sulla Giustizia presso la Fondazione che reca il suo nome. Sappiamo quante energie fisiche e…
— Leggi su www.ilmessaggero.it/editoriali/carlo_nordio/editoriali_carlo_nordio-4626968.html

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“I giudici si allungano le ferie estive”. “E di conseguenza anche gli avvocati”??? Non mi pare.

Posted by Roberto Di Napoli su 7 giugno 2019

Con recente delibera del CSM -come riportato, giorni fa, da Italia Oggi e da altri quotidiani- che ha introdotto un “periodo cuscinetto” è stato disposto che i giudici non fisseranno udienze ordinarie dal 15 luglio al 7 settembre potendo, in tale periodo, essere trattati solo gli affari “urgenti ed indifferibili“.

Trovo non rispondente alla realtà –condividendo quanto rappresentato nei giorni scorsi dall’AIGA– l’affermazione contenuta in vari quotidiani e siti secondo cui “di conseguenza anche gli avvocati” potrebbero beneficiare di maggiori “ferie” a meno che, ovviamente, non si riferisca all’effetto indiretto della disposizione ossia che, nel suddetto periodo, gli stessi non sarebbero impegnati in udienze ordinarie (che, secondo quanto riportato, dunque, non verrebbero trattate). Resterebbero fermi, infatti (oltre alle udienze e ad ogni adempimento relativo alle tante materie non soggette a sospensione), i termini di scadenza degli atti che, come è noto, gli avvocati sono tenuti a rispettare per assicurare la difesa dei propri assistiti. Si ricorda, tra l’altro, che il periodo di sospensione feriale, originariamente previsto sin dalla legge n. 742/1969 per il periodo dal 1° agosto al 15 settembre, a decorrere dal 2015 (e precisamente in seguito all’entrata in vigore del Decreto Legge n. 132/2014, convertito con modificazioni dalla L. 10 novembre 2014, n. 162) è stato ridotto di 15 giorni con la conseguenza che la scadenza dei termini processuali è ora sospesa -si ripete: per le sole materie soggette a sospensione- solo dal 1° al 31 agosto.

La modifica, che, a dire di alcuni politici, avrebbe dovuto comportare benefici per la durata dei giudizi non teneva nella dovuta considerazione, probabilmente, che moltissime materie non sono mai state oggetto di sospensione feriale (ad esempio: controversie in materia di lavoro, separazioni, alimenti, esecuzioni, opposizioni alle esecuzioni, fallimenti, giudizi di opposizione a sentenze di fallimenti, provvedimenti in materia di interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno, ecc.); non si considerava, inoltre, che, in tal modo, si sarebbe ulteriormente pregiudicato -così come, in effetti, si è compromesso- il diritto degli avvocati a godere di un periodo di effettivo riposo.

Circa due anni fa, ad agosto 2017, avevo scritto, su questo mio blog, alcune mie considerazioni sull’opportunità del ripristino del previgente periodo di sospensione feriale , aprendo anche una petizione online (tuttora attiva e che può essere ancora utilizzata sottoscrivendola).

La necessità della modifica, evidentemente, non è stata avvertita solo dal sottoscritto ma anche da altri avvocati visto che al Congresso Forense tenutosi a Catania nello scorso mese di ottobre sono state approvate varie mozioni per il ritorno al previgente periodo di sospensione. L’esigenza di reintroduzione dell’originario periodo di sospensione feriale è stata recepita, inoltre, nella proposta di legge n. 1427 presentata alla Camera dei Deputati il 7 dicembre 2018 (di iniziativa del deputato Cataldi) nella quale, tra le varie modifiche al codice di procedura civile, si prevede, all’art. 12, la sostituzione dell’attuale norma (art. 1 l. 742/1969) con il ripristino della sospensione, appunto, dal 1° agosto al 15 settembre.

E’auspicabile che la modifica sia approvata quanto prima affinché anche agli avvocati sia garantito un periodo di riposo che, di fatto, con l’attuale normativa, non può ritenersi effettivamente esistente.

Sorgente: I giudici si allungano le ferie estive – ItaliaOggi.it

Da Diritto24-Il Sole 24 Ore: “Giovani Avvocati all’attacco: su sospensione feriale tornare a vecchie regole” “https://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/guidaAlDiritto/dirittoCivile/2019-05-30/giovani-avvocati-attacco-sospensione-feriale-tornare-vecchie-regole-110238.php

Da Dire (Agenzia di stampa): Giovani avvocati: È caos per riforma ferie magistrati, tornare a sospensione fino a 15 settembre”.

Per leggere il mio post del 24 agosto 2017 “Petizione e raccolta di firme online per assicurare il diritto ad un effettivo periodo di riposo anche per gli avvocati” cliccare qui 

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…e ci provano e riprovano ancora, confidando di farla sempre franca.

Posted by Roberto Di Napoli su 5 gennaio 2019

La banca ottiene un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo allegando un contratto del 1980 privo di pattuizioni valide e insiste nel rigetto dell’istanza di sospensione che, tuttavia, il Giudice dell’opposizione accoglie. E se gli “ingiunti” non si fossero opposti? È’ possibile che tentativi -pur falliti- di ottenere somme non dovute continuino a restare sempre impuniti?

La riproduzione anche parziale del contenuto del blog è riservata. E’ consentita la riproduzione solo citando la fonte o il link del blog o del singolo post

Ci provano e, probabilmente, continueranno a provarci sempre. Spudoratamente, senza alcun minimo timore e, tantomeno, scrupolo: come è normale che non ne abbia chi è certo dell’impunita’ e chi sa che, al massimo, male che gli dovesse andare, non otterrebbe il bottino ma, nel caso in cui, invece, non dovesse trovare alcuna resistenza o non dovesse esserci alcun “vigilante” o alcuna difesa, potrebbe raggiungere l’obiettivo “scippando” ciò che non gli appartiene.

Nel contenzioso bancario, la giurisprudenza di merito e di legittimità ha ripetutamente affermato alcuni principi che possono, ormai, definirsi “consolidati”: la banca che ottiene “inaudita altera parte” -ossia, in mancanza di contraddittorio- un decreto ingiuntivo fondato sul preteso saldo debitore da conto corrente, deve, però, in caso di eventuale opposizione da parte dell’utente ingiunto, produrre tutti gli estratti conto sin dall’inizio del rapporto per consentire a quest’ultimo e al Giudice di comprendere come si è formato il presunto debito, altrimenti si espone al rischio di vedersi ricalcolata la posizione contabile con l’azzeramento del saldo rinvenibile dal primo estratto conto che ha prodotto e, dunque, con consequenziale vantaggio per il correntista che, così, potrà giovarsi della riduzione del saldo. Altro principio ormai, si può dire, unanime: laddove la banca vanti una pretesa fondata su contratti di apertura di credito in conto corrente nei quali non è indicata la percentuale di tasso di interesse o nei quali si fa riferimento agli “usi” per la determinazione delle condizioni economiche -come nei moduli frequentemente utilizzati, soprattutto, negli anni ‘80- , il saldo deve essere rideterminato applicando, sin dall’inizio del rapporto, il tasso di interesse legale fino alla data di eventuale sottoscrizione di un contratto valido oppure, secondo un altro orientamento, applicando, a partire dall’entrata in vigore del D.lgs. 385\1993 (Testo Unico bancario), il tasso minimo dei BOT dei 12 mesi antecedenti la sottoscrizione o l’operazione. In ogni caso, il saldo deve essere decurtato di tutti gli altri oneri non pattuiti validamente (ad esempio: commissioni massimo scoperto, differenza valuta, spese, ecc.) e dalla capitalizzazione trimestrale (sui principali vizi nei rapporti bancari e i principali strumenti di difesa, sia consentito il rinvio al mio Anatocismo bancario e vizi nei contratti, V edizione, 2015, Maggioli Editore).

Cosa fanno, invece, le banche malgrado, quantomeno da 20 anni, la giurisprudenza continui ad affermare i suddetti principi e malgrado siano svariate le pronunce che, in innumerevoli casi, all’esito della causa, hanno accertato che la banca era debitrice e non creditrice? Continuano a chiedere e a ottenere decreti ingiuntivi per somme che, all’esito della causa, spesso, si rivelano infondate. E cosa succede se la controparte della banca, ricevuto il decreto ingiuntivo, non si oppone (per ignoranza o perché impegnato a lavorare o perché confida nell’immediata e severa applicazione della legge e di quelle norme imperative la cui violazione dovrebbe essere rilevata anche d’ufficio)? Quel provvedimento diventerà definitivo, irrevocabile e, quasi sicuramente, al cittadino non resterà che pagare (ammesso che possa farlo) visto che, in difetto, rischia di perdere i suoi beni come, purtroppo, è successo non poche volte.

Nel 2013 ricevetti una coppia di coniugi preoccupati per avere ricevuto la notifica di un decreto ingiuntivo richiesto ed ottenuto da una banca nei confronti loro, quali fideiussori, e della loro società per circa 103 mila euro oltre spese di lite. La banca stessa, senza produrre alcun estratto conto, aveva rappresentato, nel ricorso, che il preteso credito derivava da un rapporto di conto corrente stipulato nel 1980. Proposta opposizione da parte dei miei assistiti, la banca -senza, nemmeno, avere previamente prodotto l’intera documentazione contabile- per ben due volte chiedeva pure che il giudice concedesse la provvisoria esecutorietà (che le avrebbe permesso di iscrivere ipoteca sui beni dei fideiussori e della società o, perfino, di aggredirli). L’istanza, grazie alla competenza e serietà del Giudice del Tribunale di Roma, veniva rigettata (cliccare qui per leggere il post e l’ordinanza). Espletata la consulenza tecnica d’ufficio, a conferma di quanto era stato sostenuto nell’opposizione proposta per i miei assistiti, risultava che questi ultimi erano creditori e non debitori. La banca che pretendeva circa 103 mila euro non era, infatti, creditrice, bensì, debitrice di ben 570 mila euro. Ancora prima di arrivare a sentenza e solo per evitare ulteriore dispendio di tempo, le parti raggiungevano un accordo con la corresponsione, da parte della banca, di ben 500 mila euro (oltre, ovviamente, all’azzeramento della pretesa).

Nello scorso mese di luglio, “sventato” un ulteriore tentativo della banca a danno di altri utenti. Due fratelli imprenditori e le rispettive mogli hanno ricevuto la notifica di un decreto ingiuntivo di circa 40 mila euro emesso, perfino, con clausola di provvisoria esecutorietà: ciò sebbene sia stata la stessa banca ad avere prodotto, col ricorso, un modulo contrattuale del novembre 1980 privo di valide pattuizioni e senza depositare alcun estratto conto. Proposta opposizione col mio patrocinio, la banca ha sostenuto la genericità della difesa degli opponenti (che, invece, avevano eccepito la nullità delle singole clausole contrattuali e del conseguente saldo) opponendosi, anche in udienza, alla motivata richiesta di sospensione della provvisoria esecutorietà e rilevando, ancora una volta, che gli opponenti non avrebbero contestato specificatamente gli addebiti (come se mai fosse possibile contestarli se la banca -a ciò tenuta nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo- non ha adempiuto all’onere di produrre tutti gli estratti conto). Con ordinanza emessa a scioglimento della riserva formulata all’udienza del 17 dicembre 2018, l’attenta e competente Giudice del Tribunale di Tivoli, esaminate le eccezioni e la documentazione in atti, ha ritenuto di dovere sospendere la provvisoria esecutorietà e si vedrà all’esito del giudizio quale sarà la vera e legittima posizione contabile.

Viene da chiedersi, però: il Giudice che valuta la sussistenza dei presupposti per la concessione del decreto ingiuntivo, leggendo che il contratto è stipulato in epoca remota e che contiene quelle stesse clausole che la giurisprudenza unanime ha riconosciuto come nulle (con la conseguenza che il saldo contabile non può essere quello vantato dalla banca) non può -o non deve- rigettare il ricorso (visto che, oltretutto, la banca conserva sempre la possibilità di promuovere un giudizio “a cognizione piena” garantendo il contraddittorio sin dall’inizio)? Ci sono pronunce con le quali alcuni giudici hanno rigettato la domanda proposta in via monitoria o richiesto la decurtazione degli oneri anatocistici o, ancora, l’integrazione di documenti ma, in non pochi casi, si ha la sensazione che sia rimessa all’ingiunto la facoltà di opporsi sebbene –laddove è verosimile la non fondatezza del credito e l’illiceità della pretesa- sia, forse, più corretto attendersi la tutela da parte del Giudice affinché sia scongiurato il pericolo che i beni e i diritti dell’ingiunto (non solo patrimoniali) possano essere ingiustamente lesi.

Si sottovaluta, a mio avviso, che ci sono delle norme a tutela anche dell’ordine pubblico e della proprietà, così come si sottovalutano o ignorano i danni irrimediabili (non solo patrimoniali, bensì, anche non patrimoniali e di carattere biologico) che può produrre un decreto ingiuntivo o un titolo (ancor di più nei casi di titoli stragiudiziali) per una pretesa di denaro non dovuta (mi permetto, a tal proposito, di segnalare alcune mie considerazioni in “Provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo e diritti fondamentali della persona“, nota a Trib. Roma, ord. 7 agosto 2014 e Trib. Chieti, ord. 15 aprile 2014, pubblicata sulla rivista telematica Diritto.it, cliccare qui per leggerla).

Si può continuare a pensare che, in tali casi, la questione sia limitata a rapporti esclusivamente “privatistici” tra utente e banca? Credo che si ignorino gli effetti devastanti che la chiusura di imprese (inevitabile quando queste si trovano a dover fare fronte a pretese ingiuste o a indebite segnalazioni in Centrali Rischi e alla conseguente impossibilità di pagare gli stipendi o i fornitori o di ottenere certificazioni di regolarità contributiva) può determinare all’economia nazionale, alla produzione o all’occupazione con inevitabili conseguenze, oltretutto, sulla pressione fiscale. Né si tratta solo del già grave delitto di “usura” o dell’eccezione di usurarietà che pure inficia, spesso, le pattuizioni e le pretese bancarie e che sembra, quasi, che le banche possano commettere impunemente visto che, in oltre 22 anni dall’entrata in vigore della legge 108/1996, sono tanti i casi di archiviazioni o pronunce assolutorie motivate con una presunta (e inconcepibile) mancanza di dolo a causa di confuse e inspiegabili circolari della Banca d’Italia in contrasto con quanto aveva previsto il legislatore del 1996.

Ci sono pronunce (rinvio ai miei Anatocismo bancario e vizi nei contratti, cit. e L’usura nel contenzioso bancario, II ediz. Maggioli, 2017), con le quali si è riconosciuto il principio secondo cui anche la minaccia di un’azione legale -se chi la pone in essere sa o deve sapere che la pretesa non è fondata- può costituire la fattispecie dell’estorsione.

Credo, poi, che se, una volta accertato e dichiarato che la banca non aveva diritto ad ottenere quella somma per la quale ha ingiunto o precettato il pagamento con la minaccia di esecuzione sui beni, il Giudice trasmettesse gli atti alla Procura della Repubblica competente e se vi fosse una presa di coscienza su cosa sarebbe successo se quel soggetto ingiunto o precettato non si fosse opposto e difeso e se, ancora prima, fosse, quindi, garantito il rispetto della Legge prevenendo e punendo ogni tentativo di ottenere somme non dovute, probabilmente non si tutelerebbero solo i diritti della vittima dell’abuso bancario, bensì, l’economia del Paese, la certezza del diritto e delle pene e la durata dei processi visto che, di certo, si ridurrebbe anche il contenzioso bancario.

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“Gandhi era un avvocato”. Un manifesto e parole che dovrebbero essere sempre ricordate sul prestigio della professione

Posted by Roberto Di Napoli su 23 dicembre 2018

Tempo fa, nel corridoio di un Tribunale, avevo visto questo bel manifesto. Non riuscendolo a reperire su internet nè sul sito del CNF (che, come si legge, ne ha curato la divulgazione), giorni fa, vedendolo nuovamente affisso ho pensato di condividerlo per quanti non sanno che “Gandhi era un avvocato“. Parole e “storia” che dovrebbero fare riflettere sulla professione, sulla “missione” che abbiamo tutti, come avvocati, non solo nei rapporti tra professionista e assistito ma anche al fine di contribuire all’affermazione e al riconoscimento dei diritti e, quindi, all’evoluzione della società e del vivere civile in uno “Stato di diritto”.

 

manifesto-Gandhi-era-un-avvocato.jpg

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Da Diritto24-Il Sole 24 Ore, una mia breve nota ad ordinanza su: L’esame del titolo esecutivo e la verifica anche d’ufficio della sussistenza delle condizioni dell’azione esecutiva

Posted by Roberto Di Napoli su 4 settembre 2018

I recenti interventi modificativi del codice di procedura civile, nel cercare di rendere più celere il soddisfacimento del credito, lasciano la sensazione che sia lasciato in secondo piano il principio che deve fondare ogni azione esecutiva, ossia, nulla executio sine titulo. Si avverte, spesso, la sensazione che l’esecutato sia considerato comunque “il debitore”, sebbene non siano poche le ordinanze o sentenze con le quali si è riconosciuta la mancata produzione, da parte del creditore, di un valido titolo o della prova del credito.

Pubblico di seguito il link a un mio commento, pubblicato sul sito di Diritto24 – Il Sole 24 Ore, a un’interessante ordinanza emessa dal Tribunale di Potenza il 17 luglio 2018.

Cliccare sul seguente link per leggere la nota ad ordinanza: L’esame del titolo esecutivo e la verifica anche d’ufficio della sussistenza delle condizioni dell’azione esecutiva

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Punta Perotti, altra condanna contro l’Italia per le confische degli “ecomostri” . Il link ad un post con alcune mie considerazioni scritte nel 2010.

Posted by Roberto Di Napoli su 29 giugno 2018

E’ stata diffusa ieri la notizia dell’ulteriore condanna inflitta all’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo per l’illegittima confisca degli “ecomostri” di Punta Perotti.

Riporto di seguito il link ad un post con alcune mie considerazioni scritte nel novembre 2010, quasi 8 anni fa (cliccare qui).

La decisione di cui si è avuta notizia oggi fa riflettere maggiormente: quanto è tutelato, da parte delle Istituzioni e giudici nazionali, il diritto di proprietà privata? Quante sono le violazioni a tale diritto protetto dall’articolo 1 del Protocollo Addizionale alla CEDU? E’ giusto che, poi, a pagare sia sempre e solo lo Stato e, cioè, i contribuenti?

E gli utenti bancari che hanno perso i propri beni malgrado confidassero nella tutela da parte dello Stato e della Giustizia da pretese usurarie o aggressioni illegittime? Auspicabili analoghe decisioni da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in merito ad altre forme di espropriazioni, spesso, solo apparentemente conformi a legge o disposte senza una adeguata ed effettiva verifica (a volte, imposta, invece, anche da ragioni rilevabili “d’ufficio”) della sussistenza dei presupposti.

Dal sito di TGCOM 24: Punta Perotti, la Corte Strasburgo condanna l’Italia per confische ecomostri – Tgcom24

Dalla versione online del Corriere del Mezzogiorno : Punta Perotti, terreni confiscati a Bari Corte di Strasburgo condanna l’Italia

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30 anni fa moriva Enzo Tortora. Cosa è cambiato?

Posted by Roberto Di Napoli su 25 maggio 2018

Si ha l’impressione, in effetti, che poco o nulla sia cambiato e che, ancora oggi, gli autori di errori giudiziari, di fatto, siano e possano continuare a rimanere impuniti. Le riforme o le proposte di legge degli ultimi anni, tese più che altro a modificare varie norme del codice di procedura penale, sembrano, tra l’altro, non considerare sufficientemente le gravissime conseguenze dannose che possono subire anche i cittadini danneggiati da “errori giudiziari” commessi nei processi civili.  Ci vorrebbero varie modifiche non solo relativamente alla “giustizia penale” ma anche in merito a quella civile che, laddove amministrata non correttamente, può stravolgere la vita della persona umana con danni altrettanto indelebili, non solo di carattere patrimoniale, bensì, anche di natura non patrimoniale e biologici.

Credo sia difficile, quindi, non condividere le parole di Silvia Tortora pubblicate su “Il Fatto Quotidiano” di cui pubblico di seguito il link. Da “Il Fatto Quotidiano”Enzo Tortora, 30 anni fa moriva il giornalista e conduttore televisivo. “Mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro” : Nessun può dimenticare la sua eleganza, la sua competenza, il suo sorriso. Eppure è già passata quasi una vita da quando Enzo Tortora non c’è più. Il 18 maggio 1988, a 59 anni moriva, per un tumore ai polmoni. “Perché – disse – mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro”. Quella bomba è l’accusa […]

 

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A Cosenza i giardini davanti al Tribunale dedicati a Enzo Tortora. Auspicabile in ogni città l’intitolazione di strade pubbliche alle vittime di errori giudiziari

Posted by Roberto Di Napoli su 17 marzo 2018

La riproduzione anche parziale del contenuto del blog è riservata. E’ consentita la riproduzione solo citando la fonte o il link del blog o del singolo post

Circa dieci anni fa pubblicai, su questo blog, un mio commento dopo avere letto che, a Genova, non senza polemiche, era stata dedicata una galleria ad Enzo Tortora. Aggiungevo che si sarebbe dovuta sensibilizzare ancora di più l’opinione pubblica sui danni che può comportare un errore giudiziario e che, a mio avviso, in ogni città, nelle vicinanze di strade dedicate a magistrati, funzionari o cittadini caduti nell’adempimento dei propri doveri o per ragioni di servizio, sarebbe dovuta essere dedicata una strada anche a quei cittadini morti o che, comunque, hanno patito a causa di gesta non altrettanto eroiche da parte di soggetti che non hanno servito fedelmente la legge. Scrivevo, in particolare:In ogni città italiana dovrebbe esserci una delle vie o piazze principali dedicata a Tortora (a Roma, mi pare che via Enzo Tortora sia una strada periferica) e alle vittime di malagiustizia. (….) Giustissimo ricordare chi è morto al fine di assicurare la Giustizia. Non sarebbe, però, giusto ricordare anche chi è morto, chi ha sofferto o, comunque, ha pianto per un errore o per un uso distorto delle proprie funzioni da parte di soggetti che, per errore o con dolo, non si sono rivelati altrettanto eroi e, magari, sono ancora al loro posto manifestando un diverso senso della Giustizia, dello Stato e del rispetto delle leggi? Si può pensare che le vittime di “malagiustizia”, le loro famiglie soffrano meno o non rischino la vita? Solo chi non ha mai subito un sopruso o un’azione giudiziaria ingiusta, chi non ha mai letto un articolo di giornale può restare indifferente ed insensibile. E’ per questo che, secondo me, sarebbe più rispondente alla realtà di questo Paese se, in ogni città in cui vi sia una strada dedicata ad un magistrato o pubblico ufficiale che eroicamente ha sacrificato la propria vita, sia anche dedicata una strada o un monumento (in una zona della città altrettanto principale) alle vittime delle “gesta” meno eroiche di chi, per colpa, dolo o in buona fede, ha, comunque, fatto soffrire ingiustamente senza, tra l’altro, avere dimostrato, minimamente, di volere riparare il danno provocato (cliccare qui per leggere il post)

Apprendo solo ora, grazie a un post scritto da un amico su Facebook, che a Cosenza, nel 2013, i giardini antistanti il Tribunale sono stati dedicati a Enzo Tortora, esempio clamoroso di vita distrutta per “errore giudiziario” ma, purtroppo, non l’unico visto che troppe volte, ancora oggi, si leggono casi di persone seriamente danneggiate, economicamente e, a volte, anche fisicamente, dopo essersi dovute difendere da processi penali ma anche civili.

È auspicabile che analoghe iniziative siano replicate anche da altre amministrazioni comunali. Dopo quasi 35 anni dal “caso Tortora”, la cronaca ci ha ricordato e, purtroppo, registra ancora casi di detenuti assolti anche dopo 20 anni, di politici messi sotto inchiesta, distrutti politicamente e, poi, scagionati, storie di imprenditori accusati ingiustamente e, poi, dichiarati innocenti dopo avere perso beni e aziende, soggetti a cui hanno venduto tutti i propri beni malgrado le opposizioni contro crediti, in realtà, inesistenti. Sono risarcibili le sofferenze subite dalle vittime di errore giudiziario? Forse non sono nemmeno immaginabili. Chi restituisce gli anni, la salute -se non la vita- persa? La legge 117/1988 non si è rivelata, a quanto pare, sufficiente ed adeguata. Nella scorsa legislatura fu presentato un disegno di legge per restituire ai cittadini processati ingiustamente e, poi, assolti, quantomeno le spese legali affrontate: vedremo se la legislatura che sta per iniziare vorrà prendere atto del problema e fare approvare il progetto di legge.

L’intitolazione di piazze o strade alle “vittime di errori giudiziari” o l’introduzione di una giornata in loro memoria sarebbe, intanto, un significativo passo in avanti e un gesto di civiltà col quale lo Stato, piuttosto che negare o nascondere i danni provocati, onorerebbe quei suoi cittadini onesti rimasti vittime di un “apparato” che, in alcuni casi, si è rivelato evidentemente “difettoso” dimostrando quantomeno -sia pure, a volte, troppo tardi- di sapere chiedere scusa a quegli stessi soggetti che sono stati, tra l’altro, anche i suoi contribuenti.

Riporto di seguito il link ad un articolo pubblicato due anni fa sul sito internet del settimanale Panorama su alcune vicende paradossali patite da cittadini ingiustamente processati e sui danni economici subiti (articolo di M. Tortorella: “Sei innocente? Lo Stato deve pagarti l’avvocato” di cliccare qui)

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