IL BLOG DI ROBERTO DI NAPOLI

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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Usura bancaria ed estorsione: il PM chiede l’archiviazione, il GIP accoglie l’opposizione e ordina ulteriori indagini

Posted by Roberto Di Napoli su 28 gennaio 2023

La riproduzione anche parziale del contenuto del blog è riservata. E’ consentita la riproduzione solo citando la fonte o il link del blog o del singolo post

Con ordinanza del 4 gennaio scorso, il GIP presso il Tribunale di Roma, accogliendo l’opposizione proposta da una imprenditrice da me assistita, ha respinto l’archiviazione, richiesta dal P.M., del procedimento sorto in seguito ad una denuncia nella quale la persona offesa aveva ipotizzato le fattispecie di truffa, estorsione ed usura.

Una imprenditrice, nel 2019, aveva proposto una denuncia-querela nella quale esponeva di avere contratto, nel 2004, un mutuo ipotecario nonché una polizza assicurativa che l’avrebbe dovuta garantire in caso di inadempimento derivante da infortuni e perdita del lavoro.

Dopo alcuni anni, a causa di una malattia insorta che l’aveva costretta a cessare la propria attività, non riusciva a pagare le rate di mutuo. Informata la compagnia assicuratrice, questa, nonostante il rilevante ammontare di premi corrisposti nel corso degli anni, si rifiutava di “coprire” il sinistro. La mutuataria-assicurata subiva, quindi, il pignoramento della propria abitazione che, venduta all’asta, era costretta a rilasciare.

Depositata una denuncia penale nella quale esponeva e documentava quanto subito, dopo oltre due anni il Pubblico Ministero chiedeva l’archiviazione del procedimento. La richiesta di archiviazione, in sostanza, era motivata con l’assunto che la persona offesa non avrebbe prodotto la documentazione necessaria, ossia, il piano di ammortamento e il dettaglio delle rate pagate. Non sarebbe stato possibile, quindi, ad avviso del P.M., verificare l’effettivo tasso di interesse applicato né sarebbe stata rilevante la denunciata usurarietà del tasso di mora. Relativamente alla polizza assicurativa, invece -si sosteneva nella richiesta di archiviazione- pur potendosi riconoscere la rilevanza dei relativi oneri ai fini del possibile calcolo del tasso di interesse, le modalità di operatività della polizza avrebbero potuto assumere un “valore un valore esclusivamente civilistico”. Riteneva, pertanto, il P.M. che, considerata l’evoluzione patologica del rapporto di finanziamento a causa del mancato pagamento delle rate, l’intera vicenda, estranea a profili penalistici, sarebbe dovuta essere esaminata in sede civile .

Proposta opposizione alla richiesta di archiviazione, tra i vari motivi, veniva evidenziato come la denunciante avesse già prodotto ogni documento contrattuale in suo possesso; la mancanza del piano di ammortamento, poi, come riconosciuto dalla giurisprudenza, avrebbe potuto comportare, semmai, determinate conseguenze civilistiche anche sotto il profilo della determinatezza e determinabilità del tasso di interesse ma, di conseguenza, anche l’illegittimità ed illiceità della pretesa che la banca aveva avanzato con l’atto di precetto e il successivo pignoramento. Veniva ricordato, peraltro, come, secondo l’insegnamento dei Giudici di Legittimità, può integrare gli estremi del reato di estorsione la minaccia di prospettare o coltivare azioni giudiziarie (quali decreti ingiuntivi e pignoramenti) al fine di ottenere somme di denaro non dovute e l’agente ne sia consapevole, atteso che la pretestuosità della richiesta va ritenuta un male ingiusto (Tra le varie pronunce: Cassazione, sentenza del 17 dicembre 2012 n. 48733). Si rappresentava, infine, come fosse errata la tesi del PM secondo cui gli interessi moratori sarebbero dovuti essere esclusi dalla verifica dell’usurarietà. Questi, invece, come confermato anche dalla Corte di Cassazione, a Sezioni Unite (19597/2020), devono pur essere considerati ai fini della verifica del superamento del limite imposto dalla legge. Allo stesso modo, una corretta verifica dell’usurarietà non può prescindere dall’esame delle altre voci di costo quali gli eventuali oneri derivanti dallo specifico regime finanziario insito nel contratto di mutuo o la penale prevista per l’ipotesi di risoluzione del contratto o la commissione di estinzione anticipata.

Il GIP, con l’ordinanza sopra menzionata, ha ritenuto di accogliere la richiesta di archiviazione esclusivamente per il reato di truffa. Ha, invece, per il resto, accolto l’opposizione alla richiesta di archiviazione con una motivazione che si ritiene corretta oltre che di particolare interesse.

E’ stato confermato, in particolare, che (…) “rileva senz’altro l’implicita doglianza, meglio esplicitata nell’atto di opposizione, che il sistema di calcolo seguito dalla banca mutuante, improntato alla capitalizzazione composta, con l’aggiunta degli interessi moratori e di ulteriori voci ed onori, quali commissioni, sanzioni e penali per anticipata estinzione del mutuo, abbiano determinato il superamento della soglia di liceità e, dunque, la usurarietà dell’interesse effettivamente applicato. Una siffatta evenienza sarebbe suscettibile di concretizzare la materialità del reato p. e p. dall’art. 644 c.p. e, nel contempo, di refluire sulla legittimità delle iniziative giudiziarie assunte dall’istituto bancario al fine di ottenere la somma unilateralmente quantificata, tanto da adombrare, almeno in astratto ed anche qui limitatamente all’elemento oggettivo, ipotesi estorsive“. Ritenuto, quindi, che “l’accertamento tecnico contabile del tasso in concreto praticato, condotto previa acquisizione presso l’opponente e l’istituto bancario della documentazione riguardante il contratto e la sua esecuzione, rappresenta uno snodo cruciale ed ineludibile“, è stato invitato il P.M. a nominare un consulente contabile per accertare la misura del tasso effettivamente applicato dall’istituto mutuante, tenendo conto -così come era stato sollecitato nell’opposizione alla richiesta di archiviazione- “del criterio di capitalizzazione composta, degli interessi di mora e di ogni altra voce che abbia direttamente concorso alla determinazione di quella componente accessoria del debito complessivamente azionato“.

Cliccare qui per leggere l’ordinanza.

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La riduzione della durata dei giudizi civili non deve comportare il rischio di una “giustizia sommaria”. Mie brevi e semplici considerazioni sulla predisposizione di bozze di provvedimenti da parte di soggetti diversi dal Giudice e sulla trattazione delle udienze

Posted by Roberto Di Napoli su 10 dicembre 2022

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Il tentativo di rendere più celere la definizione dei giudizi civili rappresenta il principale obiettivo a cui tende la riforma del processo civile così come predisposta dal Legislatore Delegato con il d.l.gs. 10 ottobre 2022, n. 149 di cui è prossima l’entrata in vigore. Strumentale a tale scopo è (o, forse, è stato ritenuto) anche il “potenziamento” dell’ufficio del processo (struttura già esistente e composta, oltre che da magistrati onorari di pace o tirocinanti, da altre figure professionali tra cui: coloro che svolgono la formazione professionale ex l. 111/2011, da personale delle cancellerie e laureati in giurisprudenza assunti a tempo determinato ex art. 11 d.l. 80/2021, conv. in l. 113/2021). Con il d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 151 ne sono state ampliate le competenze e si è prevista sua la costituzione non solo nei tribunali e corti d’appello, ma anche in altri uffici giudiziari. Il raggiungimento di un tale fine (così come la definizione dei processi penali in un tempo di durata ragionevole) è certamente condivisibile ed auspicabile. L’esame di alcune disposizioni della “neonata” riforma renderebbe opportuno, forse, però, anche un urgente intervento correttivo affinché l’ambizione (o illusione?) che il cittadino possa ottenere giustizia in tempi rapidi non comporti una “giustizia sommaria” con grave compromissione o negazione dello stesso diritto ad ottenere giustizia, nel pieno rispetto del contradittorio e all’esito di una “cognizione piena” dei fatti e delle prove allegati e prodotte dalle parti. La riduzione della durata dei giudizi è un obiettivo doveroso ed auspicabile ma non si può raggiungere con strumenti e modalità che aumentino il rischio di una giustizia sommaria o di una “non giustizia”: altrimenti, si farebbe prima ad eliminare qualsiasi possibilità di difesa e, sicuramente, il “giudizio” durerebbe pochissimo. Si è esaltato, forse, un po’ troppo il “potenziamento” dell’organico e delle funzioni dell’ufficio del processo senza che si sia sufficientemente riflettuto sull’opportunità e sui rischi di quanto previsto all’art. 5, lett. a) d.lgs. 151/2022 in cui si è introdotta la possibile “predisposizione di bozze di provvedimenti” da parte dei componenti l’ufficio (che, come sopra accennato, presso i tribunali, possono essere anche laureati in giurisprudenza assunti nell’ufficio o soggetti diversi da Giudici o magistrati tirocinanti). Mi domando: come potrà, il cittadino, essere sicuro che il provvedimento sia stato effettivamente visionato dal Giudice e sia frutto del suo attento esame del fascicolo? E’ vero, esiste l’appello, ma, a prescindere che una tale risposta sarebbe in contrasto con l’obiettivo della durata celere dei giudizi e della riduzione dei procedimenti, la stessa possibilità di redazione di bozze di provvedimenti da parte dell’ufficio del processo è prevista anche in quello che dovrebbe essere il giudizio di secondo grado (sebbene, dinanzi alla Corte d’Appello, al momento, i componenti dovrebbero essere Giudici ausiliari ex art. 62 d.l. 69/2013, conv. in l. 98/2013 i quali sono nominati tra soggetti diversi dai magistrati ordinari di ruolo) e, perfino, in Cassazione. Mi sembra un serio pericolo per la giustizia civile che non significa solamente recupero crediti di banche o imprese: significa assicurare al cittadino l’esercizio dei propri diritti e che non si possa dubitare che il provvedimento sia il risultato di un’effettiva conoscenza da parte del Giudice a cui il fascicolo è stato assegnato secondo le norme sulla precostituzione del Giudice naturale. I cittadini possono essere certi e devono credere, senza possibilità di dubitare, che il provvedimento sia davvero, sempre e unicamente, il risultato dell’attenta e infallibile cognizione del Giudice o che la competenza del Giudice sia trasmessa e trasmissibile in chi gli è accanto? E’ probabile, laddove vi sia un Giudice scrupoloso e attento e laddove vi siano altrettanto scrupolosi e attenti componenti dell’ufficio del processo: un’attenta e scrupolosa verifica da parte del Giudice di bozze di provvedimenti, laddove esse siano predisposte da “non giudici”, mi pare, però, un’attività poco compatibile con il fine di agevolare la celere emissione dei provvedimenti e potrebbe ritardare, piuttosto che accelerare, la definizione dei giudizi. Pur essendo, personalmente, contrario alla predisposizione di bozze di provvedimenti da parte di soggetti diversi dal Giudice, credo , tuttavia, che per contemperare l’esigenza di maggiore celerità dei giudizi, anche attraverso la collaborazione dell’ufficio del processo, con l’altrettanto imprescindibile necessità che il provvedimento (soprattutto, la sentenza o la decisione che definisce il procedimento) sia il risultato dell’attento studio o verifica da parte del magistrato, potrebbero essere suggeriti dei correttivi nel seguente senso: 1) il Giudice dovrebbe essere tenuto a dichiarare se il provvedimento è stato redatto con la collaborazione dell’ufficio del processo indicando i nomi dei componenti; 2) laddove il provvedimento sia impugnato, la verifica dei motivi dell’impugnazione non dovrebbe essere demandata a soggetti diversi dal Giudice decidente . Vi è, poi, un’altra disposizione della riforma che meriterebbe una immediata revisione (oltre ad altre pur necessarie) visto che entrerebbe in vigore già dal prossimo 1 gennaio. La discrezionalità attribuita al Giudice in merito alla prerogativa se trattare l’udienza “in presenza” o con trattazione scritta o in videocollegamento, a mio modesto parere, non sempre può rivelarsi uno strumento utile ad una corretta decisione e, dunque, ad evitare la prosecuzione del giudizio nei gradi successivi. Ci possono essere udienze nelle quali, effettivamente, è inutile la partecipazione personale dei difensori o nelle quali sono essi stessi a preferire la “trattazione scritta”. Continuo a credere, però (come ho scritto, nei mesi scorsi, in miei precedenti post su questo stesso blog), che è al difensore che dovrebbe essere riservata la scelta sulle modalità più confacenti alla difesa nel singolo caso: ci possono essere ragioni per le quali questi ritenga più utile “discutere” verbalmente, dinanzi al Giudice, in merito ad una determinata questione di fatto o di diritto, oppure, intenda replicare immediatamente al difensore di controparte, oppure, assumere alcune determinazioni che possano essere diverse a seconda della difesa avversaria. E’ sufficiente leggere la maggior parte di provvedimenti con i quali, finora, è stata disposta la “trattazione scritta” per potersi rendere conto di come sia prevista la sola redazione di “istanze e conclusioni”, senza nemmeno prevedersi la possibilità di replicare. La normativa emergenziale di cui al d.l. 34/2020, convertito in legge 77/2020, all’art. 221, comma quarto, prevedeva la possibilità, entro il termine di cinque giorni dall’adozione del provvedimento col quale è stata disposta la trattazione scritta, di chiedere la trattazione dell’udienza in presenza. Nella realtà, molti Giudici hanno ritenuto e ritengono che la richiesta sia valutabile discrezionalmente negando, molte volte, l’udienza “in presenza” (la prerogativa di fissare le udienze con modalità diverse dall’udienza in presenza è stata prorogata fino al 31 dicembre 2022, dunque, anche oltre il periodo di emergenza: fino a tale data si sono consentiti concerti, partite di calcio ma si è ritenuta pericolosa la trattazione di udienze “in presenza”). La riforma di cui al d.lgs. 149/2022 prevede l’introduzione, nel codice di procedura civile, dell’art. 127 ter con il quale il Giudice potrà sempre disporre che l’udienza sia celebrata in trattazione scritta (laddove non abbia disposto che sia tenuta in videocollegamento) “salvo opposizione” di una delle parti. La stessa norma, tuttavia, dispone che sull’opposizione il Giudice decida con decreto non impugnabile, ragion per cui la valutazione non potrà, di fatto, che essere discrezionale. Pur consapevole delle possibilità offerte dalla tecnologia e, in primis, dagli strumenti informatici, credo che il dialogo dinanzi al Giudice e nel contraddittorio “immediato”, in alcuni casi, sia insostituibile e, comunque, un effettivo esercizio del diritto e onere della difesa dovrebbe attribuire al solo difensore la scelta sulla modalità di trattazione dell’udienza nell’interesse del proprio assistito e, forse, anche della stessa Giustizia. Scriveva Chiovenda: “la libertà del convincimento … vuole l’aria e la luce dell’udienza. Nei labirinti del processo scritto essa si corrompe e muore”. Non sempre, poi, la nota di trattazione scritta si presta alla sinteticità e alla chiarezza al tempo stesso richieste dall’ordinamento e che debbano essere volte a soddisfare la domanda di Giustizia e a contribuire all’emissione di una pronunzia “giusta”. Insegnava Piero Calamandrei nell’ “Elogio dei giudici”: “Il processo si avvicinerà alla perfezione quando renderà possibile tra giudici e avvocati quello scambio di domande e risposte che si svolge normalmente tra persone che si rispettano, quando, sedute intorno a un tavolino, cercano nel comune interesse di chiarirsi reciprocamente le idee. Spezzando l’arringa di un dialogo, l’arte oratoria ci perderà: ma ci guadagnerà la giustizia”. Con la riforma, la sostituzione dell’udienza “orale” con una nota di trattazione scritta non spezzerà l’arringa di un dialogo: non vi sarà proprio. Sarà sostituito, semmai, da una nota scritta che, secondo il tenore letterale della norma, deve contenere le sole “istanze e conclusioni” nel rispetto di principi di sinteticità e chiarezza. Ma cosa significa sinteticità? Quali sono i limiti concretamente rispettabili? Credo, ancora, che la progressiva riduzione o scomparsa delle udienze dinanzi al Giudice civile di merito (dinanzi ai Giudici di Legittimità le udienze “in presenza” già da tempo sono un’eccezione), non potrà non influire sull’apprendimento, da parte degli stessi praticanti, dell’attività forense, dell’oratoria, delle strategie difensive o sulla conoscenza e il dialogo tra gli stessi avvocati nell’interesse dell’assistito ma anche del reciproco confronto e della crescita professionale di ciascuno.

Ritengo, insomma, che già questi due aspetti della riforma del processo civile, ossia, la predisposizione di bozze di provvedimenti da parte dell’Ufficio del processo, nonché, la stabilizzazione della possibilità della celebrazione delle udienze “in trattazione scritta” malgrado l’opposizione del difensore, possano costituire un non trascurabile pericolo per tutti i cittadini visto che così come il processo penale investe la libertà delle persone, quello civile può avere ad oggetto la vita stessa, l’alimentazione, la famiglia, la proprietà e, in sintesi, i diritti fondamentali di ogni soggetto.

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Il 21 dicembre 2022, seminario all’Università degli studi dell’Aquila: “alla ricerca di un linguaggio comune tra matematica e diritto”

Posted by Roberto Di Napoli su 2 dicembre 2022

Interverrò anche quest’anno all’interessante seminario, organizzato dall’Università degli studi dell’Aquila, che si terrà, nell’Aula Magna della sede di Economia, mercoledì 21 dicembre 2022 dalle 9,30 alle 13,30.

Nel corso dell’incontro -rivolto, principalmente, agli studenti del corso di Economia- saranno evidenziati gli aspetti di complementarietà tra matematica e diritto con riferimento ai rapporti bancari. Nella prima parte della mattinata, dopo i saluti del Presidente del Cad di Economia Prof. Walter Giulietti (Professore Ordinario di diritto amministrativo) e l’introduzione del Prof. Fabrizio Marinelli (Professore ordinario f.r. di diritto privato), sono previsti gli interventi -moderatrice la Prof.ssa Carla Barracchini– del Prof. Antonio Annibali (professore oridnario f.r. di matematica finanziaria all’Università La Sapienza di Roma) e del dott. Francesco Oliveri, autori, peraltro, di varie pubblicazioni e interventi che hanno messo in luce i diversi effetti derivanti, in alcune tipologie di rapporti (come, ad esempio, nei mutui o leasing), dall”utilizzo di un regime finanziario con capitalizzazione semplice o composta. Nella seconda parte della mattinata, interverrà il dott. Domenico Provenzano, magistrato del Tribunale di Massa, estensore di importanti pronunce in materia bancaria.

Come avevo scritto nel mio post circa un anno fa, la complementarietà tra matematica e diritto è innegabile e, spesso, imprescindibile, nella verifica della corretta instaurazione ed esecuzione dei rapporti bancari: laddove ci si trovi a verificare la legittimità della pretesa nei rapporti tra banche e utenti, la verifica della conoscenza o conoscibilità del reale costo dell’operazione, così come l’utilizzo di una formula piuttosto che un’altra, può essere determinante nella stessa valutazione della fondatezza delle domande o delle eccezioni delle parti, nella quantificazione dell’importo conteso, nonché per verificare il tasso effettivo applicato ed eventuali “oneri occulti”. L’esame di alcune pronunce suscita interrogativi in merito alla possibile, o meno, interpretazione e applicazione della legge in senso difforme dalla “regola” matematica; altre decisioni fanno riflettere sui presupposti affinché un dato statistico possa qualificarsi “oggettivo” e costituire un valido parametro di confronto per la verifica di legittimità di una clausola contrattuale. La rilevanza della complementarietà” tra matematica e diritto è evidente, quindi, se si pensa al “bene della vita” da tutelare e ai diritti fondamentali della persona umana che, quasi sempre, possono essere coinvolti e, talvolta, sono stati pregiudicati.

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Da TGCOM 24: Papa: la storia regredisce, è in atto una terza guerra mondiale ‘totale’ 

Posted by Roberto Di Napoli su 11 settembre 2022

Papa: la storia regredisce, è in atto una terza guerra mondiale ‘totale’ 

Papa: la storia regredisce, è in atto una terza guerra mondiale ‘totale’ 

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E’ ancora attuale il costo dei conti correnti il cui aumento fu giustificato anni fa dal tasso Euribor negativo?

Posted by Roberto Di Napoli su 31 luglio 2022

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Quasi due anni fa, molte banche italiane, adducendo, come giustificazione, il costo dalle stesse dovuto per il mantenimento dei depositi su conti correnti e determinato dal tasso Euribor negativo, aumentarono il costo di gestione; alcune banche, addirittura, hanno chiuso i conti nei quali vi erano depositati importi superiori a 100 mila euro invitando gli utenti a investire l’eccedenza in strumenti finanziari o di risparmio.

Nel corso degli ultimi mesi, come sappiamo, la situazione del mercato del credito è variata: il tasso Euribor è tornato positivo, la BCE, nell’ottica di contrastare l’aumento dell’inflazione, ha aumentato i tassi di riferimento e sono aumentati, conseguentemente, i tassi di interesse pretesi dalle banche alla clientela. Il mercato del credito, quindi, è cambiato rispetto a due anni fa: ciononostante non solo il rendimento delle giacenze è rimasto sostanzialmente nullo ma i conti correnti sono rimasti abbastanza cari (con costi, forse, anche aumentati nell’ultimo anno). Ci si dovrebbe chiedere, allora: è ancora attuale la giustificazione fornita, due anni fa, dalle banche per aumentare i costi di gestione dei conti correnti già, peraltro, gravati da imposte e altre commissioni?

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In italian, please!

Posted by Roberto Di Napoli su 23 giugno 2022

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Pur apprezzando la lingua inglese (che comprendo discretamente sia pure non possa dire di poterla parlare in modo fluido, anche se, forse, non peggio di qualche ex premier), trovo incoerente il dilagante utilizzo di termini anglosassoni nel Paese di Dante Alighieri e di cui tante sono state le recenti celebrazioni per i 700 anni dalla morte. Ancora meno accettabile, a mio avviso, è che sia utilizzata, in Italia, da rappresentanti di Istituzioni o di organi dello Stato nelle conferenze stampa o, addirittura, nei testi di legge. Il cittadino italiano deve conoscere l’italiano o l’inglese? Potrei, forse, ritenerlo accettabile in determinate riunioni professionali tra colleghi o tra conoscitori dello stesso settore in cui , magari, il termine stesso ha avuto un’origine anglosassone (ad esempio: termini utilizzati in discipline economiche). Ricordo che alcuni clienti -divenuti, poi, amici- una volta, dopo avermi chiesto dei consigli e rimasti d’accordo nel proseguire l’incontro l’indomani, nel salutarci, mi ricordavano che “allora” ci saremmo visti alle 10 per un “briefing“: risposi -scherzando e fingendo di non aver capito- che il roast-beef lo avrei preferito verso l’ora di pranzo. Ma perché in Italia non deve essere usato l’italiano? Gli altri Paesi rispettano “il nostro idioma”? Facciamo caso quando compriamo un prodotto o vediamo una scritta tradotta in più lingue: c’è anche la traduzione nella nostra? In che posto nell’ordine? Mi è piaciuto molto l’articolo a firma di Paolo Armarioli su Il Sole 24 Ore del 21 giugno scorso: “Troppi anglicismi, così l’italiano viene fatto a pezzi“. Cita alcuni esempi di recenti provvedimenti normativi, pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, contenenti termini in inglese (e, in realtà, anche di un termine italiano -“resilienza”- frequentemente usato “a capocchia”). Ho letto che, per fortuna, in sede di conversione di un decreto legge, il Parlamento ha “convertito” in italiano vari termini inglesi che erano contenuti nel precedente provvedimento d’urgenza (talmente urgente, forse, che gli estensori del decreto avevano preferito lasciare i termini “in english” ….forse pensando fosse più “trandy” o “easy”). Ricordo Alberto Sordi in Un americano a Roma quando, fingendo di essere il poliziotto di Kansas city, dava indicazioni stradali alla coppia americana (“all right“) facendola finire nel burrone (anzi, nel “burone daa Maranella“). Appunto. L’utilizzo della lingua inglese da parte di alcuni politici o rappresentanti italiani può anche essere pericoloso: “in italian, please!”

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Ospite del portale Foroeuropeo per una rassegna di recenti pronunce giurisprudenziali relative al contenzioso bancario

Posted by Roberto Di Napoli su 22 giugno 2022

Ringrazio il portale Foroeuropeo per avermi invitato, ancora una volta, ieri 21 giugno 2022, per fornire un aggiornamento sulle più recenti pronunce in merito ad alcune questioni che emergono, frequentemente, nel contenzioso tra banche e utenti. Il seminario è stato trasmesso in videoconferenza di gruppo a distanza. E’ stato accreditato dal CNF con riconoscimento, ai partecipanti, di due crediti per la formazione continua degli avvocati. Insieme al collega avv. Daniele Rossi abbiamo parlato delle seguenti tematiche:

Tan e Teg creditore identici: recenti pronunce giurisprudenziali riguardo alla verifica dell’effettiva reciprocità della capitalizzazione
La prescrizione dell’azione di ripetizione degli indebiti
La nullità delle fideiussioni con clausole in violazione della normativa antitrust dopo Cass. S.U. 41994/21
Cessione e prova della titolarità del credito
Rifiuto della banca al dialogo in fase di mediazione ed effetti sul decreto ingiuntivo opposto
Sovrafinanziamento e riflessi sostanziali e processuali sul rapporto di mutuo. In attesa della decisione delle Sezioni Unite
Un utile strumento a tutela dell’abitazione del consumatore: la sospensione della procedura esecutiva ex art. 41 bis d.l. 124/2019 come modificato dall’art. 40 ter della legge n. 69/21 di conversione del d.l. n. 41/21

Pubblico di seguito la videoregistrazione estratta dal canale Youtube del foroeuropeo

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Due interrogazioni parlamentari sul rigetto delle istanze di udienza “in presenza” e “in videocollegamento”

Posted by Roberto Di Napoli su 29 Maggio 2022

Nel mio precedente post avevo riportato il link all’articolo pubblicato sul quotidiano Il Dubbio del 17 maggio 2022 sul rifiuto di alcuni giudici a fissare l’udienza “in presenza” o in videocollegamento sebbene richiesta da una delle parti -così come consentito dalla Legge- in alternativa alla modalità in trattazione scritta disposta.

Lo scorso 24 maggio, il Senatore Elio Lannutti e il Senatore Simone Pillon, parlamentari di diversi schieramenti, hanno proposto, sulla questione, due distinte interrogazioni al Ministro della Giustizia Cartabia.

È auspicabile che siano forniti chiarimenti ed, eventualmente, adottato ogni rimedio al fine di evitare che la fissazione di un’udienza “in presenza”, pur prevista dal codice di rito, o, semmai, in videocollegamento, sia valutabile “discrezionalmente” dal Magistrato.

La discrezionalità del Giudice nel valutare l’istanza può ledere il diritto al contraddittorio e alla difesa, soprattutto se si considera che la nota di trattazione scritta, limitata alle sole “istanze e conclusioni”, non sempre consente di svolgere compiutamente le eventuali ed opportune argomentazioni difensive (che delle istanze e conclusioni dovrebbero essere il presupposto) e, soprattutto, quasi mai è disposta la possibilità di replica.

L’oralità dell’udienza, poi (a meno che non siano gli stessi difensori a ritenere di potervi rinunciare) consente non solo il contraddittorio immediato tra le parti ma anche l’istantanea percezione, da parte del Giudice (sebbene attraverso lo schermo del pc laddove si tratti di videocollegamento), di quanto esposto dai difensori e/o dalle parti.

L’udienza in trattazione scritta, introdotta dal Legislatore con la normativa cosiddetta d’emergenza per contenere il rischio di contagio da Covid 19, sebbene in alcune ipotesi possa essere condivisibile e costituire una valida alternativa alla celebrazione dell’udienza “in presenza” o “in videocollegamento”, non può e non deve costituire un’ingerenza nelle libere scelte difensive che solo il difensore deve poter valutare (e che, in alcuni casi, può ritenere indispensabile il contraddittorio immediato e non per iscritto) né un modo per impedire la presenza delle parti e dei difensori dinanzi al Giudice in un’aula di Giustizia. È noto che, dopo le recenti riforme al codice di rito del 2016, nei giudizi dinanzi alla Corte di Cassazione, le udienze già si svolgono generalmente senza la presenza dei difensori (a meno che non sia disposta l’udienza pubblica). Si spera, viste anche le diverse esigenze processuali sottostanti ai giudizi di merito, che l’oralità dell’udienza (si ricorda, peraltro, che ai sensi dell’art. 180 c.p.c. “La trattazione della causa è orale. Della trattazione della causa si redige processo verbale“), il contraddittorio “simultaneo”, l’immediatezza della decisione (insita nel principio di oralità) non siano sacrificati in nome della sempre “incantevole” illusione di speditezza dei giudizi o di ragionevole durata o, ancora peggio, in nome di logiche di bilancio o di riduzione di costi che non possono giustificare la privazione del diritto del cittadino a difendersi “dinanzi” ad un Giudice: eliminare, di fatto, le udienze (visto che apparirebbe irrazionale e non corretto continuare a identificare con tale termine quello che sarebbe un mero deposito di note scritte) o altre facoltà previste dal codice, o il contraddittorio “davanti” al Giudice, influire sulle libere scelte difensive, renderebbe il processo civile, forse, più veloce, ma, molto probabilmente, ne risulterebbe una Giustizia “sommaria”.

Il Dubbio del 17 maggio 2022

Interrogazione a risposta scritta sen. Lannutti del 24 maggio 2022

Interrogazione a risposta scritta del Sen. Simone Pillon del 24 maggio 2022

Dal sito del quotidiano online 7Colli “Al Tribunale di Roma negata la difesa in presenza. “La Cartabia dia spiegazioni

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